26/02/2012
Il linguaggio del corpo: -clicca foto-
In quali momenti tocchiamo maggiormente noi stessi?
Strapparsi le pellicine delle unghie, appoggiare la testa sulla mano o sfilare e far roteare un anello sul dito e azioni simili sono un modo per ridurre la tensione, per consolarci o per scaricare dell’eccitazione.
Rimuginare su una multa troppo salata, tornare con la memoria ad un momento triste o fantasticare su una persona che ci piace sono alcuni esempi di pensieri che possono essere accompagnati dall’esigenza di toccarci.
Una recente indagine sul tema si è proposta di valutare se il numero di autocontatti sia legato alla natura degli stimoli che li suscitano.
Per verificarlo i ricercatori hanno sottoposto i partecipanti a degli stimoli ansiogeni o neutri.
Un altro obiettivo dell’esperimento é stato misurare e se la frequenza degli autocontatti sia più intensa quando l’individuo svolge dei compiti passivi o quando deve rendere conto delle proprie riflessioni a qualcun altro.
Per testare le due circostanze, i soggetti venivano invitati ad ascoltare la lettura di un resoconto particolarmente impressionante nel primo caso e, a rispondere ad alcune domande sull’argomento, nella seconda ipotesi.
L’esito, a differenza da quanto provato da esperimenti precedenti, non ha messo in luce che i soggetti non si toccavano di più nella condizione ansiosa rispetto a quella “ordinaria”.
Tuttavia, ci si é accorti che i partecipanti tendevano a pizzicare, sfiorare o lisciare maggiormente il proprio corpo nella situazione in cui dovevano anche rispondere oltre che limitarsi a prestare orecchio.
In generale, poi, gli uomini si toccavano con più insistenza che le donne; queste ultime però apparivano più imbarazzate o tese (e manipolavano maggiormente il proprio corpo) quando venivano interrogate sull’argomento “scottante”.
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Creativi ma smemorati: la memoria «vacilla» -clicca foto-
la memoria «vacilla» quando il buon umore incalza
Il buon umore porta ad essere più creativi, ma anche smemorati. Ad affermarlo è il team guidato da Elizabeth Martin, ricercatrice dell'Università del Missouri di Columbia (Usa), che, in uno studio pubblicato su Cognition and Emotion, ha dimostrato che nei momenti di allegria la capacità di memorizzare i dati "vacilla".
Nel corso dell'esperimento, gli studiosi, dopo averne "registrato" lo stato d'animo, hanno suddiviso i partecipanti in due gruppi: ai primi hanno mostrato un filmato divertente - al termine del quale il loro umore è migliorato -, mentre ai secondi un video che forniva istruzioni su come installare una pavimentazione - che ne ha lasciato invariato il morale. Gli esperti hanno poi sottoposto i soggetti a un test mnemonico, nel quale coloro che avevano visto il video comico hanno ottenuti punteggi inferiori rispetto agli altri.
Secondo i ricercatori, anche se i risultati dimostrano che il buon umore influisce negativamente sulla memoria, non risulta necessariamente controproducente: "Anche se riduce l'abilità di memorizzazione, aumenta lacreatività e la capacità di risolvere i problemi", conclude Martin.
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25/02/2012
MATRIMONIO O CONVIVENZA? - clicca foto x leggere-
Essere innamorati si sa, fa stare meglio, migliora la salute e scaccia via tristezza e depressione . E per chi fosse ancora indeciso a fare il grande passo, matrimonio o convivenza che sia, si può ironicamente dire che, l’analisi “costi-benefici” dei pro e dei contro della vita di coppia, pende in positivo se si sceglie un tipo di relazione più stabile.
Infatti che si tratti di matrimonio o di convivenza lo stato emotivo e quello fisico possono decisamente beneficiarne. A questo proposito, infatti, l’ultimo studio condotto da un team di studiosi della Cornell University’s College of Human Ecology, sottolinea che a dispetto di quanto talvolta si possa pensare, convivere con il proprio partner, può comportare alla lunga un appagamento psicologico superiore rispetto a quello che si avrebbe se si fosse sposati.
Proprio così, in base al campione esaminato, composto da quasi 1.000 coppie e oltre 2.700 uomini e donne, chi aveva sperimentato il matrimonio , risultava sì, soddisfatto e felice della propria scelta, ma chi aveva preferito la convivenza, aveva sviluppato un livello di benessere diverso, incrementando la propria autostima e salute psichica.
Anche se le coppie sposate, nei primi anni di vita insieme, hanno evidenziato gli stessi livelli di felicità di chi conviveva, con il passare del tempo, ne è emerso che marito e moglie, sembravano trasformare quell’iniziale “impeto” psicologico, in tranquillità e quindi in un diminuito stato di stress.
In conclusione, i dati raccolti e pubblicati sul Journal of Marriage and Family, hanno messo in luce che nonostante i maggiori benefici, anche economici della vita coniugale, gli eterni “fidanzati” sembrano essere anche quelli più stabili emotivamente, sicuri di sé e appagati dalla propria individualità, pur all’interno della coppia.
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Gli sbalzi di umore .. come e perchè : -clicca foto x leggere -
Capita a tutti, ogni tanto oppure, ahimè, davvero molto spesso, di svegliarsi al mattino con la famosa “luna storta”, di aggirarsi per casa con una temibilissima espressione imbronciata, senza comprenderne bene le ragioni ed incapaci purtroppo di trovarvi una degna soluzione.
E, puntualmente, in quei momenti di “buio cosmico”, nei quali vorremmo essere lasciati tranquilli per qualche minuto, persi nei fili dei nostri pensieri, è come se tutti si mettessero d’accordo, per assillarci di richieste e necessità improrogabili. E noi restiamo lì, tra la tentazione di cedere all’ira incontrollata e la sensazione di estraneità rispetto a ciò che ci scorre affianco.
E’ una condizione di grande insofferenza, soprattutto per coloro che di norma sono abituati ad avere un atteggiamento solare e disponibile verso gli altri e che, dunque, avvertono e lasciano avvertire anche agli altri, il peso di un cambiamento tanto radicale e repentino.
Ma quali sono le ragioni per tali sbalzi di umore e come possiamo, se non evitarli, quanto meno imparare a riconoscerli e comprenderli?
Per quanto ce ne preoccupiamo e ci affanniamo a trovarne ragioni “esterne”, di natura fisica o psicologica, dobbiamo accettare che si tratta di un fenomeno assolutamente fisiologico, che può verificarsi, di tanto in tanto, in qualsiasi individuo. Ognuno di noi ha, infatti, un determinato umore, che potremmo definire stabile e che dipende da una serie di fattori innati, dovuti all’indole, alla personalità, al temperamento, ma costruito ed alimentato anche da numerosi fattori esterni, l’educazione, le esperienze, i condizionamenti morali e socio-culturali.
Tale stato umorale presenta però una serie di gradazioni o livelli, che variano a seconda di fattori fisiologici e fattori esterni e determinano il cosidetto “tono dell’umore“, ovvero la valorizzazione positiva o negativa che il nostro umore può assumere, in un determinato momento. Si tratta dei momenti in cui abbiamo i cosiddetti “sbalzi di umore”, definiti tali, perchè avvertiti come una variazione evidente rispetto al nostro umore consueto.
Ma quali sono i fattori che portano più frequentemente a modificare il tono del nostro umore?
- Fattori fisiologici: l’umore può variare in base all’azione di alcuni neurotrasmettitori, come la serotonina, la noradrenalina, la dopamina, che prodotti in maggiori o minori quantità, provocano alterazioni del nostro umore di base. Alcune condizioni fisiologiche particolari, in cui sono presenti variazioni e squilibri a livello ormonale, come nel caso dei giorni di ciclo mestruale o durante la gravidanza, possono modificare il tono del nostro umore, dando origine ai famosi sbalzi.
- Cambiamenti climatici stagionali: le variazioni di temperatura, delle ore di luce e di buio, possono portare l’organismo ad uno stato di affaticamento dovuto all’adattamento alle nuove condizioni, che spesso comporta modificazioni anche a livello umorale.
- Qualità della vita: se siamo soggetti a condizioni di stress quotidiano, sottoponiamo il nostro organismo a ritmi intensi, senza ascoltare le naturali esigenze di riposo e relax, inevitabilmente il nostro umore assumerà una connotazione negativa, tendente all’irritabilità ed insoddisfazione.
- Attività fisica: il movimento fisico, soprattutto se svolto a media intensità, favorisce la produzione di serotonina ed endorfine, che contribuiscono a mantenere il tono dell’umore stabile e in una condizione positiva, evitando pericolose oscillazioni verso l’insofferenza e lo scarso entusiasmo.
Ci sono poi alcuni piccoli consigli che possiamo tenere a mente, per superare i momenti più “neri” o quantomeno, contenere gli effetti dei nostri pericolosi sbalzi di umore.
1. Cerchiamo di assecondare il più possibile le esigenze del nostro corpo: se vediamo che lo stato di sofferenza dura da qualche giorno, forse è il caso di dedicare più tempo al riposo ed allentare il più possibile le fonti di stress e tensioni. Se, però, gli sbalzi sono assai prolungati, è bene consultare il proprio medico, poichè potrebbero essere segnali di una condizione iniziale di ansia o depressione, oppure di cattivo funzionamento della tiroide.
2. Dedichiamo del tempo all’attività dinamica: una bella corsetta, una passeggiata all’aria aperta, sono un ottimo antitodo al cattivo umore, poichè rilassano muscoli e mente, allontanano lo stress e donano freschezza e nuova energia ai nostri pensieri.
3. Scegliamo gli alimenti giusti: vi sono alcune sostanze che possono aiutare a ritrovare il buonumore ed altri cibi che invece possono acuire gli episodi di alterazione dell’umore. Il latte, i carboidrati e gli zuccheri semplici, migliorano la produzione di serotonina, mentre crostacei, frutta e verdura e frutta secca contengono alte percentuali di vitamine B, zinco e magnesio, utili per mantenere stabile il nostro umore, combattere le disfunzioni neurologiche e superare gli stati di affaticamento, di ansia e depressione. Evitiamo invece cibi grassi, alcolici ed eccitanti, poichè appesantiscono il nostro metabolismo e potrebbero accentuare la nostra irritabilità.
Ricordiamoci infine che, di tanto in tanto, l’oscillazione di umore è del tutto naturale e se capita di sentirsi giù, di voler stare un pò più del solito chiusi in sè stessi, evitiamo di preoccuparcene più del dovuto: cerchiamo di riposarci, mangiamo un pò di cioccolato, ottimo per ritrovare il buonumore ed, infine, speriamo nella pazienza e tolleranza di chi ci vive accanto.
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quando fare shopping diventa un'ossessione -clicca foto x leggere-
Se ne legge spesso. La shopper compulsiva. Una figura presente in molte serie televisive e in molte collane di libri che hanno costruito il proprio successo descrivendo in maniera 'spiritosa' e per molti versi positiva la figura della donna 'vittima dello shopping'. Eppure la sindrome della shopper compulsiva è tutt'altro che qualcosa di cui andare orgogliose.
Può causare seri problemi alla persona che ne soffre, e a chi le sta vicino. E colpisce sorprendentemente anche la popolazione maschile, smentendo così uno stereotipo. Per cercare di capire in maniera seria e completa questo problema abbiamo intervistato il Prof. Roberto Pani, Specialista e Professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia del Comportamento adulto all'Alma Mater Studiorum, Università di Bologna. Ecco cosa ci ha spiegato.
È possibile tracciare, per linee generali, un profilo della 'shopper compulsiva' tipica? (Parliamo al femminile perché lo consideriamo un problema che colpisce maggiormente la popolazione femminile ma siamo pronti ad essere smentiti)Anche l'uomo negli ultimi anni (2005-2009) è entrato gradualmente nella categoria dello shopper compulsivo, nella percentuale approssimativamente del 28 % rispetto alle donne. L'uomo giovane in discrete condizioni economiche acquista, a differenza della donna, oggetti di valore che simbolicamente rappresentano il potere. A volte anche ragazzi con pochi soldi si sforzano e si indebitano per mantenere compulsivamente tal tipo di collezione compulsiva.
Questi giovani comprano orologi e penne di valore, oggetti sportivi, accendini preziosi, telefonini all'avanguardia, computer di ultimissima generazione, strumenti per l'ascolto e la riproduzione della musica, ecc., a volte certe motorini.
Nel caso di persone ricche le auto acquistate sono veramente ingiustificate per il bisogno reale che ne avrebbero, come mi racconta un mio paziente, persona di affari che non potrebbe permettersi di cambiare così spesso l'auto. Un altro paziente mi racconta di compare auto usate e ne ha collezionate dieci non riuscendo davvero a usarle, ma è spinto da un bisogno di recuperare quel che da bambino ammirava delle auto di allora, per esempio Fiat 124, ecc.
Come si manifesta questo problema, come si riconosce la shopper compulsiva? Quali sono gli atteggiamenti e i comportamenti più frequentemente riscontrabili? Tali vistose esagerazioni sono spesso associate ad abusi, tipo gioco d'azzardo e altre attività rischiose e spericolate. Non è raro che l'alcol e sostanze eccitanti siano da compagnia a tali raid.
La donna assume un profilo diverso; lei comincia tra i trenta/quaranta anni, appartiene a una famiglia medio borghese, è discretamente piacevole di aspetto e motivata a indossare bei vestiti e accessori. Di solito, circa dieci anni prima, comincia a interessarsi al comprare che di per sé sarebbe una buona e gioiosa predisposizione umana, se questa giovanissima ragazza non sviluppasse una certa ansia e preoccupazione che la orienta a girare per negozi, rivelando già un po' una certa tendenza compulsiva. Il tempo che questa venticinquenne impiega a visitare i negozi e i magazzini delle città è notevole e colpisce l'enorme consumo di ore impiegate nell'arco della giornata, senza che vi sia ancora un vero acquisto: se è vero, però, che il tempo è denaro, bisogna pensare che queste ragazze spendano già molto denaro.
Naturalmente questo tempo acquista valore in relazione alla loro reale attività. Col passare del tempo vi è come una rottura degli impulsi che sono stati sino allora mantenuti sotto controllo. La donna comincia ad acquistare vestiti, scarpe, cinture sofisticate, poi abiti, bigiotteria, qualche finto gioiello. Molti vestiti, specialmente quelli serali, sono quasi sempre inutilizzati. Queste persone non sviluppano un senso di possesso verso questi acquisti, ma la roba rappresenta soltanto il mezzo strumentale per soddisfare un bisogno impellente di accapararsi qualcosa che rappresenta un vantaggio, ma che rimane fine a se stesso.
Segue a questo periodo ipomaniacale di buying un periodo down perchè aumenta la colpa e la vergogna verso se stessa e verso i familiari che osservano sbigottiti tali acquisti. Si crea però un circolo vizioso perche l'acquisto incontrastato prevede due o tre meccanismi di difesa dell'Ego, già individuati da Freud ai suoi tempi e poi da sua figlia Anna, nel 1936.
La negazione si svolge come rifiuto inconscio e magico-onnipotente di situazioni che sono invece evidenti su un piano di osservazione oggettiva. L'annullamento retroattivo consiste nell'annullare un'azione già svolta, ma della quale ci si pente, per cui si vorrebbe non averla compiuta. L'azione magica dell'annullamento è attuata e agita con un'altra azione ripetuta in modo uguale o maggiore a quella già svolta e già accaduta per disprezzare e svalorizzarne l'importanza reale. Si tratta di una sorte di disprezzo, di trionfo, di sfida e di dominio.
Come dire: ho speso troppo per oggetti che mai userò…. ma che mi importa, ne compro altri…. Così mi passa l'angoscia della colpa, questo che ho acquistato non vale niente, ne posso avere quanti voglio…. Al diavolo gli scrupoli!
Tale meccanismo accende un circolo vizioso: eccitazione per l'acquisto, colpa e vergogna, annullamento retroattivo con nuovi acquisti, colpa vergogna negazione e annullamento sino alla depressione e una nuova eccitazione tramite nuovi acquisti…
I vestiti e gli indumenti comprati di solito non vengono né goduti né utilizzati, ma il loro acquisto significa per la donna io esisto in quanto acquisto, perché mi nutro, in quanto posso controllare gli oggetti.
Quali possono essere le cause di questo disturbo, che a volte può diventare un vero e proprio problema anche per i familiari della persona che ne soffre? Le cause riportano a una personalità con un Sé inconsistente e fragile, che si difende strenuamente avendo trovato un metodo eccitante che soddisfa provvisoriamente sino a che non diventa malattia. L'eccitazione copre il vuoto di base, la mancanza di scopi, l'assenza del senso e del valore delle cose umane, la sensazione di essere sotto i riflettori caldi di un giudizio sempre scottante, cioè di non valere niente perché non si è all'altezza di quel che gli altri si aspettano, forse a partire da un atteggiamento inconsapevole e in buona fede dei genitori che però ha svalorizzato la bambina o il bambino, che poi si vendicherà prendendosi, si fa per dire, quel che non ha sentito suo e nutriente. Il feticcio statico, inutile non godibile ma che gonfia il proprio Sé.
Quali le terapie? Cosa si deve fare? A chi rivolgersi se si soffre di questo problema? I pazienti gravi vanno trattati farmacologicamente, specialmente quando mettono a repentaglio l'economia familiare o raggiungono livelli di eccitazione pericolosi, nel senso che alimentano un circolo improduttivo per se stessi perché possono portare anche a tentativi di suicidio. Spesso questa patologia si associa anche ad altre diagnosi, alle quali si sovrappongono (doppia diagnosi). Alcuni giocano d'azzardo e perdono altro denaro, altri assumono droghe e anche il ricovero può essere provvidenziale.
I farmaci più adatti si somministrano con prescrizione accurata integrando opportunamente serotoninergici con modulatori del tono dell'umore e anticiclotimici per controllare la depressione e, al tempo stesso, non gonfiare l'euforia reattiva alla melanconia da vuoto e noia e mancanza di prospettive autentiche. Il medico di presidio è lo psichiatra.
I casi meno gravi si dividono in chi è disponibile ad affrontare la propria situazione e può usufruire di una certa introspezione. Per questi pazienti la psicoterapia psicoanalitica con setting adeguato può essere proficua al fine di un recupero della resilienza, cioè ad una capacità di trasformazione delle risorse inespresse verso una rivalutazione e valorizzazione del Self.
Coloro, invece, che non hanno questa capacità di ascolto minimale e quindi non godono di una cassa di risonanza interiore anche minima, la terapia comportamentale risulta più adatta. Il medico o lo psicologo psicoterapeuta è lo specialista più adatto in entrambi questi casi.
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24/02/2012
Ho bisogno di silenzio (Alda Merini) -clicca foto-
come te che leggi col pensiero
non ad alta voce
il suono della mia stessa voce
adesso sarebbe rumore
non parole ma solo rumore fastidioso
che mi distrae dal pensare.
Ho bisogno di silenzio
esco e per strada le solite persone
che conoscono la mia parlantina
disorientate dal mio rapido buongiorno
chissà, forse pensano che ho fretta.
Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.
Gli amici veri, pochi, uno?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.
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RICORDO (Kahlil Gibran "Self-Portrait") -Cicca foto-
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I dolci ci consolano, ma se sono troppi peggiorano l'umore -clicca foto x leggere-
Lo strano rapporto tra stress, cibo e sensi di colpa
Il conforto dei cibi calorici può rivelarsi un vero boomerag
Che spesso si mangi per "consolarsi", e ci sia quindi uno stretto legame fra cibo e umore, non è certo una novità. La novità sta nella domanda che si sono posti alcuni ricercatori della Penn State University (USA), in uno studio appena pubblicato on line su Appetite: è più l’umore ad influenzare la scelta del cibo o il cibo ad influenzare l’umore? Per rispondere a questo dubbio i ricercatori hanno chiesto a una quarantina di studenti universitari di tenere, per una settimana, un dettagliato diario alimentare nel quale, accanto all’elenco dei cibi mangiati, dovevano riportare gli stati d’animo. Esaminando i questionari, i ricercatori hanno visto che quanto maggiore era il consumo di calorie, grassi saturi e sale, tanto peggiore era l’umore.
Dal momento che gli stessi ricercatori sottolineano che si tratta di risultati preliminari, questo studio, più che dare una risposta, solleva una questione: se gli snack salati o gli alimenti ricchi di grassi e di calorie, che qui sono risultati associati con un peggioramento dell’umore, sono proprio i cibi nei quali spesso cerchiamo conforto per "tirarci su", la "cura" non sarà peggiore del male? «Nel complesso, e non ancora del tutto definito, legame fra umore-stress e cibo — commenta Daniela Lucini, specializzata in psicologia clinica e professore associato dell’Università degli Studi di Milano — sembra plausibile che il consumo di certi alimenti ricchi in grassi, calorie, sale, e aggiungerei anche zuccheri, possano contribuire a peggiorare la situazione. Se da un lato, infatti, ci sono evidenze scientifiche che ci aiutano a comprendere l’attrazione esercitata da questi cibi, dall’altro vanno anche considerate le conseguenze che possono derivare da un loro eccessivo consumo. Una delle ragioni che può spingerci a desiderare cibi ricchi di zuccheri e grassi sta nel fatto che aumentano il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che attiva le vie della la gratificazione. Si tratta comunque di un sollievo temporaneo al quale facilmente consegue un peggioramento dell’umore, non fosse altro per il senso di colpa che può insorgere dopo aver ecceduto con alimenti che sappiamo di dover limitare. E le donne, che solitamente scaricano di più sul cibo le loro insoddisfazioni e sono anche più attente al peso degli uomini, sono anche le più sensibili ai sensi di colpa».
Questo è l’effetto "immediato" che si ha quando si esagera con grassi e zuccheri, ma, nel tempo, come può svilupparsi il legame cibo-stress-cibo? «Lo stress cronico — risponde Lucini — è associato a uno stile di vita poco salutare e, di conseguenza, a un maggior rischio cardiovascolare, come abbiamo visto anche noi in uno studio su un migliaio di italiani, recentemente pubblicato dal Journal of Medical Internet Research. Se lo stress è un compagno di vita abituale, non si ha difatti nè tempo nè voglia di preparare cibi salutari e si preferiscono quelli saporiti ricchi di grassi e zuccheri. Non solo. Lo stress può infatti indurre modificazioni dirette sul nostro organismo, per esempio alterazioni del sistema nervoso autonomo (il "pilota automatico" che regola la funzione degli organi), maggior produzione di cortisolo (uno degli ormoni dello stress) e modificazioni del controllo immunologico».
Ancora riguardo alle donne e al controllo del peso, un altro spunto di riflessione arriva da uno studio condotto da ricercatori dell’Università del Minnesota e della California e pubblicato da Psychosomatic Medicine. La ricerca è stata condotta su 121 donne, divise in 4 gruppi e sottoposte, per tre settimane, a diversi tipi di approccio dietetico: il primo gruppo doveva annotare tutti i cibi assunti e seguire una dieta rigida da 1200 kcal al giorno, il secondo doveva solo tenere un diario alimentare e poteva mangiare liberamente, il terzo doveva seguire la dieta da 1200 kcal senza trascrivere gli alimenti assunti e il quarto non doveva né seguire la dieta né tenere un diario. Ebbene, la puntuale trascrizione dei cibi assunti per tutto il periodo dello studio aumentava lo stress percepito, mentre la rigida restrizione calorica ottenuta in questo modo aumentava i livelli di cortisolo (ormone maggiormente prodotto in condizioni di stress). In sintesi, una dieta troppo rigida può essere essa stessa fonte di stress, ma lo stress favorisce la ricerca di certi cibi, rendendo quindi sempre più difficile seguire la dieta. E allora, che cosa si può fare? «Se è indubbio che limitare i cibi ricchi di grassi e zuccheri è fondamentale per la salute, — risponde Lucini — è altrettanto importante la metodologia impiegata per raggiungere questo obiettivo. Conviene imparare a mangiare e a gratificarsi in modo salutare, fare regolare attività fisica aerobica, praticare tecniche di rilassamento, invece che sottoporsi ad imposizioni alimentari strettissime che non potranno mai essere seguite per lungo tempo e che fanno rischiare di veder peggiorare l’umore»
06:49 Scritto da: ang2011 (Webmaster) in benessere | Link permanente | Commenti (0) | Segnala |
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Saltare i pasti è il modo migliore per mandare a rotoli la dieta -clicca foto-
Lo sappiamo ormai tutti: la maggioranza della popolazione occidentale si alimenta in maniera sbagliata. Troppi grassi e una dieta squilibrata fanno sì che la quota di persone con qualche chilo di troppo, o francamente obesa, sia in continua crescita: ormai un italiano su due ha problemi di peso, uno su dieci è obeso. Ora uno studio canadese, pubblicato a gennaio sul Journal of Primary Care and Community Healthspiega quali sono gli errori più comuni e si interroga sulle misure che potrebbero aiutarci a non diventare un popolo di persone «oversize».
Gli autori dello studio, ricercatori della Concordia University di Montreal, hanno analizzato i dati della Canadian National Population Health Survey, l’indagine nazionale sulla salute della popolazione canadese, relativi a tutti gli adulti fra i 18 e i 65 anni, scoprendo, innanzitutto, che oltre il 25% dei canadesi fra 30 e 50 anni eccede ogni giorno con le calorie derivate dai grassi (ma c'è motivo di credere che il dato possa valere anche da questa parte dell’oceano). La colpa, segnalano i ricercatori, è soprattutto di cattive abitudini radicate e difficili da cambiare: la principale e più deleteria, ravvisata nel loro ampio campione, è la tendenza a saltare la colazione o il pranzo o la cena, nell’illusione di «pareggiare» il bilancio calorico della giornata. Peccato che il risultato che si ottiene sia l’esatto contrario di quello desiderato, perché, saltando un pasto, si finisce con l’arrivare al successivo affamati e per mangiare, mediamente, di più.
Altra abitudine "rischiosa" (che qualche volta è però una necessità) è il pasto fuori casa. Sunday Azagba, coordinatore dello studio, osserva che, a causa del lavoro e delle mutate esigenze sociali: «Moltissimi mangiano troppo spesso fuori, scegliendo portate da consumare rapidamente, che spesso sono anche quelle più ricche di grassi. In Canada il 30% della spesa media settimanale per gli alimenti deriva da cibo acquistato nei fast-food». E i cibi industriali, preconfezionati, da mangiare al volo, sono nemici della dieta sana anche perché - notano i canadesi - spesso chi li predilige consuma poi poca frutta e verdura. Lo conferma Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione ADI (Associazione nazionale dietetica e nutrizione clinica), che aggiunge: «La peggiore "cattiva abitudine" degli italiani è, però, la sedentarietà: tutti coloro che hanno problemi di peso sono più pigri, non solo perché non fanno esercizio, ma anche perché, ad esempio, anziché fare due piani di scale prendono l'ascensore. La tendenza all’uso di cibi pronti, comunque, è vera: sarebbe opportuno tornare ad avere meno fretta nel preparare e nel consumare i pasti, scegliendo sempre prodotti di qualità. Sappiamo infatti che spendere poco per un cibo porta spesso a consumarne di più: considerando che un terzo dei nostri acquisti alimentari finisce nella pattumiera, con la stessa cifra potremmo comprare cibi di maggior qualità riducendo le quantità, a tutto vantaggio di salute e bilancia. Il consiglio? Leggere sempre le etichette e preferire prodotti con pochi aromi e conservanti: la scadenza breve è già una buona garanzia».
Identificati gli errori principali, i ricercatori canadesi si sono chiesti che cosa si potrebbe fare per incoraggiare scelte alimentari salutari. Ipotesi numero uno, già al vaglio in numerosi Paesi, «tassare» i cibi ricchi di grassi. Ma Azagba osserva: «Moltissime persone non sarebbero affatto persuase a scegliere cibi più sani solo sulla base di costi aggiuntivi: il risultato di tasse sui cibi grassi per molti si tradurrebbe solo in una riduzione del potere d'acquisto, senza effetti positivi sulle scelte alimentari». «Un'alternativa, forse più efficace — sostiene Azagba — potrebbe essere al contrario "sovvenzionare", in qualche modo, l'acquisto di cibi sani come frutta o verdura. Ma anche messaggi di "allerta" sulle confezioni dei cibi meno "sani" firse potrebbero aiutare». «Le proibizioni non servono — commenta però Fatati —. È più efficace educare la popolazione e magari incentivare l'attività fisica, soprattutto nei bambini: anziché portarli con l'auto sotto il portone della scuola, potremmo farli camminare per gli ultimi 500 metri»
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Il cane è il migliore dei personal trainer -clicca foto x leggere-
Non c'è stanchezza o maltempo che tenga: per l'animale passeggiata d'obbligo e vantaggio dell'accompagnatore
Avere un cane in casa fa bene alla salute, perché costringe anche i padroni più pigri ad abbandonare il divano e a muoversi quel poco che occorre per proteggere il cuore. Lo dimostra una ricerca svolta dall'Università di San Diego presso due grosse cliniche veterinarie.
LO STUDIO - I ricercatori californiani hanno sottoposto un questionario a circa un migliaio di proprietari di cani. Tra quelli che hanno risposto, due su tre hanno dichiarato di occuparsi personalmente dell'uscita obbligata. Dalle risposte è emerso che, in questo modo, il 64 per cento di loro raggiungevano senza accorgersene i livelli di attività fisica raccomandati per prevenire le malattie del cuore e della circolazione da due importanti società scientifiche mediche come l'American College of Sports Medicine e l'American Heart Association. I proprietari che delegavano ad altri il dog walking, come chiamano gli americani la passeggiata col guinzaglio in mano, erano invece tendenzialmente più sedentari: poco più della metà si muoveva almeno quel tanto necessario per mantenersi in buona salute.
QUANTI PASSI PER LA SALUTE? - Per stare bene non occorre essere grandi sportivi. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità per guadagnare salute basta mezz'ora di attività fisica moderata (come si ottiene con una camminata a passo sostenuto, praticabile a tutte le età e anche se si è un po' acciaccati) almeno 5 giorni la settimana. I padroni che si fanno carico personalmente di portar fuori il cane, secondo i dati dello studio, fanno anche di più, camminando in media più di tre ore la settimana. Katherine Hoerster, che ha coordinato l’inchiesta, conosce bene, in quanto psicologa ed esperta di salute pubblica, la difficoltà di modificare stili di vita non corretti, come la sedentarietà: «Rispetto ad altre modalità di promozione dell'attività fisica in cui la persona non intravede alcun obiettivo e prima o poi abbandona il programma consigliato, l’avere un cane ha il vantaggio di fornire una motivazione precisa e inderogabile, da mantenere necessariamente a tempo indeterminato».
STRUMENTO DI PREVENZIONE - Negli Stati uniti quasi quattro famiglie su dieci hanno almeno un cane. In Italia la tendenza ad avere in casa l’animale è meno diffusa: una stima del Ministero della salute ne conta circa 7 milioni. Molti ci rinunciano proprio per non avere la schiavitù della passeggiata, mentre magari investono denaro in corsi e palestre per mantenersi in forma. Basta invece passare al canile per rimettersi in forma. E chi il fedele compagno ce l’ha già, non deve maledire le fredde serate in cui è costretto a portarlo a spasso, ma essergli grato per il guadagno di salute che gli procura, costringendolo a praticare ogni giorno l’attività fisica che gli occorre.
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